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Contributo per:
Luciana Bianchi
Ricordo Che
Che quando entravi in una stanza ti annunciavi sempre con un “ohé!” che era metà saluto e metà sorriso.
Che tenevi i capelli raccolti con una matita quando dovevi concentrarti.
Che la domenica ti sedevi sul balcone anche d’inverno.
Che nel cassetto del comodino avevi un quaderno fitto di frasi, biglietti, ritagli, ma non volevi mai farlo leggere a nessuno.
Che quando ero piccolo, se avevo paura del temporale, ti mettevi vicino a me e contavi i secondi tra il lampo e il tuono.
Che ti emozionavi se qualcuno ti raccontava qualcosa con sincerità, anche se era una sciocchezza.
Che non ti sei mai data abbastanza credito, anche quando eri l’unica a sapere davvero come stavano le cose.
Avventura
L’avventura più assurda che abbiamo vissuto insieme è stata quando decidemmo di recuperare il vecchio motorino di papà dal garage dello zio. Doveva essere una cosa di cinque minuti: apriamo, lo tiriamo fuori, vediamo se si accende. Invece ci trovammo davanti un ammasso di scatoloni, attrezzi e un odore di umido che sembrava un inizio di documentario sulle catacombe. Tu insistevi che “era tutto semplice”, ma a un certo punto restasti incastrata tra una scala di legno e un mobile rotto. Io ridevo, tu no. Quando finalmente liberammo il motorino, scoprii che avevi già deciso di provarlo, anche se non si vedeva neanche la targa. Lo spingemmo per cento metri finché non si accese con un rumore che sembrava un trattore. Ricordo la tua faccia: orgogliosa come se avessi rimesso in vita un animale estinto. Mi dicesti: “Salta su, se esplodiamo almeno siamo insieme.” Siamo arrivati in fondo alla strada e poi il motore è morto di nuovo. Abbiamo fatto tutto il ritorno spingendolo in salita. Tu ridevi, io bestemmiavo a bassa voce.
Aneddoto divertente
Una volta, quando ancora vivevi a Fiano, decidesti che volevi “imparare a cucinare seriamente”. Andammo insieme in un negozio di elettrodomestici perché tu insistevi per comprare un robot da cucina “professionale”.
Quando il commesso iniziò a spiegarti tutte le funzioni, tu annuivi molto convinta. Alla fine gli dicesti: “Perfetto, lo prendo. Ma… si spegne da solo se mi distraggo?” Il commesso rimase un secondo in silenzio, poi disse: “Signora… è una macchina, non un angelo custode.”
Ci mettemmo a ridere così tanto che una signora vicino a noi si spaventò. Alla fine non comprasti niente, e tornando a casa dicesti: “Forse è meglio se continuo a cucinare come so. Male, ma senza fare esplodere nulla.”
Per settimane, ogni volta che ti vedevo accendere i fornelli, mi dicevi: “Se non torno, ricordati di raccontare la storia del robot-angelo custode.”
Storia che tutti devono conoscere
La storia che secondo me racconta meglio chi eri non è grande, ma è precisa. Una volta, un vicino di casa che conoscevi appena si ruppe il braccio e non riusciva a portare giù la spazzatura. Tu non solo gli portasti via i sacchi per una settimana: gli sistemasti anche la cucina, piegasti i panni e gli comprasti le medicine che gli mancavano.
Non volevi che lo sapesse nessuno, dicevi che erano “sciocchezze”, ma lui un giorno venne a bussare da noi con un sacchetto di paste, dicendo: “Vostra sorella è una persona rara. Spero lo sappiate.”
Io lo sapevo già, ma forse non l’avevo mai sentito dire così chiaramente.
Ecco, questa è la storia che va raccontata: non hai mai fatto rumore, ma hai lasciato segni ovunque sei passata.
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